Sulla memoria e sulla fragilità dell’esistenza
Eri neve e ti sei sciolta di Elena Mearini edito da RE NUDO apre una ferita e la trasforma in parola. Nelle pagine della sua ultima raccolta poetica, la scomparsa di Maya, cagnolina e compagna d’anima, diventa per l’autrice una cronaca intima capace di farsi notizia: il dolore prende forma, la memoria si fa racconto e l’amore oltrepassa il tempo.

Con la prefazione di Lello Voce, il volume attraversa il confine tra umano e animale, visibile e invisibile, cercando nel linguaggio la misura di ciò che manca. È un titolo che chiede attenzione e tatto, ma anche rigore: un invito a leggere per comprendere come si possa abitare l’assenza. La perdita di Maya, infatti, diventa il punto di partenza per una riflessione universale sull’amore incondizionato. Con Eri neve e ti sei sciolta la poesia di Elena Mearini torna a farsi esperienza condivisa e discreta.
Elena Mearini (Milano, 1978) è autrice di narrativa e poesia. Da diversi anni insegna scrittura creativa e ha lavorato sui percorsi di scrittura autobiografica nelle carceri e in istituti di riabilitazione psichiatrica. È fondatrice, direttrice e docente della “Piccola Accademia di Poesia” di Milano.
Tra le sue ultime opere ricordiamo Felice all’infinito (Perrone, 2018), I passi di mia madre (Morellini, 2021) e Corpo a corpo (Arkadia, 2023). Con alcuni dei suoi romanzi ha vinto, tra gli altri, il Premio Gaia Mancini, il Premio Università di Camerino ed è stata finalista al Premio Scerbanenco e candidata al Premio Campiello e per tre volte al Premio Strega.
Eri neve e ti sei sciolta di Elena Mearini
Salve Elena, lei è nuova ai nostri lettori. Ci può raccontare brevemente di cosa si occupa nella vita e quali sono le sue passioni?
Se devo essere breve, risponderò in questo modo: le mie passioni occupano la mia vita. E la mia passione è la scrittura. Che è diventata anche una occupazione lavorativa, avendo fondato e dirigendo la Piccola Accademia di Poesia di Milano.
Lei ha al suo attivo numerose pubblicazioni. In che modo il tempo e il ricordo di Maya hanno influenzato la scrittura e la struttura di questa raccolta poetica?

Si tratta di una perdita abbastanza recente, che però mi ha illuminato su un punto. Parlando dell’animale, all’animale, ne va sempre qualcosa dell’anima. La sua caduta dalla vita alla morte mi ha fatto capire (se è possibile qui capire), che forse la scrittura deve esporsi allo stesso rischio. Quello del trapasso. Più che capire si tratta di com-prendere, prendere con sé, assumersi totalmente questa esposizione alla luce di un bene che – quello no- non potrà mai finire.
In merito al concetto di “perdita”, quali sono stati i momenti più difficili da tradurre in parole e come ha affrontato il rischio di non cadere nella retorica del dolore?
In prima istanza, si trattava effettivamente di trasformare la perdita in parole, in versi. Il lutto in canto. Ma anche questo orizzonte nascondeva una retorica: quella di anteporre il mio dolore a ciò che invece era l’essenziale, l’essenza stessa per me, cioè Maya. Io, che sapevo che mi amava nella dismisura di un certo silenzio (forse nello sguardo), non potevo accettare di farla diventare mezzo e pretesto. Ho scelto perciò di far parlare solo quello sguardo, quel silenzio, consapevole che restano al fondo del fondo incomunicabili.
Tra le diverse poesie che compongono la raccolta, qual è quella che, nella sofferenza, le ha trasmesso maggiore gioia mentre la scriveva?
“Nel vortice bianco
come neve il tuo occhio
cadeva sfidando
le geometrie elementari
non stava nella linea
usciva dal cerchio
cadeva creando
l’alfabeto del vuoto
– a te devo la scoperta
di questo nulla scrivente –
Ci racconta una delle cose più divertenti del carattere di Maya? Una sua abitudine che le piaceva particolarmente?
I suoi immotivati e improvvisi attacchi di gioia, si metteva pancia all’aria senza apparente ragione e cominciava a muovere le zampe come dovesse solleticare l’aria e fare ridere il vuoto.





























