La scomparsa del Banco di Napoli»: il saggio di Andrea Rey che che tocca l’anima economica del Mezzogiorno

scomparasa banco napoli
Durata della lettura: 3 Minuti

La storia economica italiana è ricca di vicende complesse, ma poche sono rimaste a lungo racchiuse in una narrazione quasi univoca come quella della fine del Banco di Napoli. Per oltre trent’anni ha prevalso l’idea di una crisi irreversibile e di un salvataggio inevitabile.

Eppure, la storia, ha il vizio di essere più complicata delle sue versioni ufficiali. Quando si torna ai documenti e ai numeri, spesso si scopre che le cose sono andate in modo meno lineare di quanto si sia raccontato.

Il libro

È proprio questo il merito principale del professor Andrea Rey, ricercatore dell’Università Federico II, nel suo saggio La scomparsa del Banco di Napoli (Editoriale Scientifica).

copertina

L’autore ricostruisce i fatti attraverso bilanci, decreti, atti amministrativi ed evoluzione normativa, restituendo alla vicenda la sua complessità storica ed economica. Un lavoro rigoroso, ma scritto con chiarezza, che riesce a rendere comprensibili anche passaggi che, sulla carta, sembrerebbero destinati ai soli specialisti.

Il volume analizza le ragioni che, tra l’inizio degli anni Novanta e il 2018, hanno portato alla scomparsa di quella che era non solo la banca più antica del mondo ancora in attività, ma anche una delle principali realtà creditizie italiane.

L’interrogativo di fondo è semplice e tutt’altro che banale: il percorso di salvataggio e ristrutturazione fu davvero la migliore soluzione possibile per il Banco, i suoi azionisti e il territorio di riferimento, oppure alcune scelte meritano oggi una rilettura più attenta?

Gli eventi

Nel ricostruire gli eventi, Rey individua una serie di fattori che contribuirono ad aumentare la fragilità dell’istituto.

Tra questi, la chiusura della Cassa per il Mezzogiorno all’inizio degli anni Novanta, che privò il Sud di uno strumento finanziario importante e modificò profondamente gli equilibri economici in cui il Banco operava.

Il cuore della ricerca riguarda però la SGA, la società costituita per gestire i crediti deteriorati del Banco.

Attraverso un’attenta analisi dei risultati ottenuti negli anni successivi, Rey evidenzia come quei crediti, inizialmente considerati in larga parte irrecuperabili, abbiano fatto registrare percentuali di recupero molto elevate.

È forse questo il dato più sorprendente del libro: non perché ribalti completamente la storia conosciuta, ma perché ricorda una verità semplice, e cioè che tra ciò che si pensa di sapere e ciò che emerge dai fatti può esserci una certa distanza.

L’autore colloca queste vicende nel più ampio contesto delle privatizzazioni degli anni Novanta e delle trasformazioni economiche che accompagnarono il percorso dell’Italia verso l’Unione Monetaria.

Furono anni di cambiamenti profondi, in cui molte decisioni vennero prese in condizioni di forte pressione e con l’obiettivo di mettere in sicurezza il sistema finanziario. Comprendere quel contesto non significa necessariamente condividere ogni scelta, ma aiuta a leggerla con maggiore equilibrio.

Il volume dedica spazio anche agli effetti sociali e culturali della vicenda, ricordando come la scomparsa di una grande istituzione finanziaria non rappresenti soltanto un fatto economico.

Le banche storiche, soprattutto in territori complessi come il Mezzogiorno, sono state per lungo tempo qualcosa di più di semplici intermediari: hanno accompagnato imprese, famiglie e comunità, diventando parte della storia dei luoghi in cui operavano.

A completare il volume è la postfazione del professor Adriano Giannola, presidente della SVIMEZ e studioso da sempre attento alle dinamiche economiche del Mezzogiorno. Una presenza che, per chi scrive, ha anche un piccolo valore personale, Giannola è stato uno dei miei professori all’università.

In definitiva, La scomparsa del Banco di Napoli è un libro che invita a rileggere una pagina importante della storia economica italiana senza pregiudizi e senza slogan, invita a fare ciò che ogni buon storico dovrebbe fare: tornare ai fatti, ai documenti e ai numeri.

Le opinioni cambiano con le stagioni, ma la storia resta a chiedere di essere compresa.

Un libro da leggere assolutamente.


La storia economica italiana è ricca di vicende complesse, ma poche sono rimaste a lungo racchiuse in una narrazione quasi univoca come quella della fine del Banco di Napoli. Per oltre trent’anni ha prevalso l’idea di una crisi irreversibile e di un salvataggio inevitabile.


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Author: Stefano De Crescenzo

Napoletano classe 86 , musicista, dopo una laurea a pieni voti in economia presso l'Università degli studi di Napoli Federico II svolge il praticantato come dottore commercialista a Napoli proseguendo il suo percorso lavorativo in Emilia Romagna per svolgere la professione di consulente finanziario presso una grande azienda pubblica. Dopo quasi cinque anni (2014-19) ed una gavetta piena di storie ed umanità, dal 2019 ed attualmente lavora a Roma come Fiscalista presso la stessa azienda e consegue un master universitario di secondo livello. Appassionato di storia ,scienza, arte e cultura ma soprattutto di musica, si cimenta da sempre, nello studio professionale della chitarra con esibizioni dal vivo e registrazioni per artisti della scena musicale Napoletana ed Emiliana, partecipando a diversi concorsi e festival nazionali. Ufficiale Volontario del Corpo militare della Croce Rossa italiana, Socio Siedas, scopre da qualche tempo la bellezza della scrittura collaborando per testate e magazine online . Dal Luglio 2021 è Giornalista Pubblicista, iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Campania.