Luigi Zeno e il mestiere dell’attore: disciplina, personaggi, Netflix e Rai 1

Luigi Zeno e il mestiere dell’attore: disciplina, personaggi, Netflix e Rai 1
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Luigi Zeno, 19 anni, originario di Ercolano e legato a San Vito, vive una stagione professionale che lo porta contemporaneamente verso il pubblico delle piattaforme e quello della televisione generalista. Dal 22 settembre sarà Leonardo in “Minerva – La Scuola”, su Netflix, mentre il suo percorso prosegue su Rai 1 con “Nemo – Chi ha ucciso Sofia”. Il titolo di Miglior Giovane Attore Italiano accompagna un profilo che vuole essere raccontato attraverso il lavoro, i personaggi e la continuità dei progetti, più che attraverso l’idea di una semplice promessa.

Cosa significa per te “fare l’attore” oltre il momento del ciak?

Significa soprattutto preparazione e affidabilità. Il ciak è la parte visibile, ma prima ci sono studio del testo, comprensione della scena, prove, ascolto delle indicazioni e cura della continuità. Poi c’è il rapporto con una troupe composta da professionisti che devono poter contare su di te. È un mestiere collettivo e questo aspetto mi interessa moltissimo. Quello che mi interessa è che ogni passaggio abbia una ragione narrativa e professionale, senza forzare un’immagine che non corrisponde a ciò che faccio sul set.

Come prepari un personaggio?

Cerco prima di tutto le sue necessità. Non parto dal giudizio morale, ma dalle ragioni per cui fa determinate scelte. Poi lavoro sul corpo, sul ritmo, sul modo di guardare e di stare nello spazio. Alcune cose sono evidenti, altre devono restare invisibili. Quando la preparazione funziona, sul set non devi più mostrarla: deve diventare comportamento. In questa fase sento importante anche la continuità: il pubblico può incontrarmi su Netflix e su Rai 1, ma vorrei riconoscere ogni volta un personaggio diverso.

Leonardo ti ha richiesto un lavoro particolare?

Sì, soprattutto sulla misura. In “Minerva – La Scuola” Leonardo non può essere raccontato soltanto attraverso ciò che dice. Ho cercato una coerenza anche nei silenzi e nelle reazioni. La serie arriverà su Netflix dal 22 settembre, ma la sfida durante le riprese era molto concreta: rendere credibile ogni passaggio senza anticipare emotivamente ciò che il personaggio avrebbe vissuto dopo. Cerco sempre di mantenere un rapporto concreto con il lavoro: preparazione, ascolto e rispetto della storia vengono prima di qualsiasi elemento esterno.

Quanto conta la capacità di ascoltare un regista?

È fondamentale. Un attore deve avere una proposta, altrimenti arriva vuoto, ma deve anche essere capace di modificarla. La regia vede il quadro generale, il montaggio possibile, il tono complessivo. Essere professionali significa non innamorarsi della propria prima idea. A volte un’indicazione di poche parole cambia completamente una scena. Quello che mi interessa è che ogni passaggio abbia una ragione narrativa e professionale, senza forzare un’immagine che non corrisponde a ciò che faccio sul set.

Il titolo di Miglior Giovane Attore Italiano incide sul modo in cui lavori?

Non cambia il metodo, ma aumenta il senso di responsabilità. Sono orgoglioso del titolo di Miglior Giovane Attore Italiano, però non posso entrare sul set pensando a un riconoscimento. Devo entrare pensando al personaggio. Il titolo acquista valore proprio se il lavoro successivo rimane serio, preciso e credibile. In questa fase sento importante anche la continuità: il pubblico può incontrarmi su Netflix e su Rai 1, ma vorrei riconoscere ogni volta un personaggio diverso.

Come cambia il lavoro tra Netflix e Rai 1?

Ogni produzione ha la propria identità, ma non mi piace creare una gerarchia tra mezzi. “Minerva – La Scuola” su Netflix e “Nemo – Chi ha ucciso Sofia” su Rai 1 appartengono a mondi differenti. Per me la cosa più interessante è passare da un linguaggio all’altro mantenendo lo stesso rigore. È una palestra professionale molto concreta. Cerco sempre di mantenere un rapporto concreto con il lavoro: preparazione, ascolto e rispetto della storia vengono prima di qualsiasi elemento esterno.

Quanto conta la tecnica?

Molto, purché non si veda. Devi conoscere il rapporto con la macchina da presa, i raccordi, la voce, la posizione, ma lo spettatore non deve percepire il meccanismo. La tecnica serve a darti libertà. Se la padroneggi, puoi concentrarti sull’ascolto e sulla verità della scena. Quello che mi interessa è che ogni passaggio abbia una ragione narrativa e professionale, senza forzare un’immagine che non corrisponde a ciò che faccio sul set.

Che rapporto hai con la ripetizione di una scena?

La considero parte del lavoro, non un problema. Ripetere non significa rifare in modo meccanico. Devi mantenere ciò che serve alla continuità e nello stesso tempo restare vivo. È una delle differenze più interessanti tra recitare e semplicemente “provare un’emozione”: il mestiere richiede di poterla rendere disponibile quando la scena ne ha bisogno. In questa fase sento importante anche la continuità: il pubblico può incontrarmi su Netflix e su Rai 1, ma vorrei riconoscere ogni volta un personaggio diverso.

Cosa cerchi in un personaggio nuovo?

Una difficoltà specifica. Può essere psicologica, fisica, relazionale o legata a un mondo che non conosco. Non mi interessa accumulare ruoli simili. Dopo Leonardo e dopo l’esperienza per Rai 1 vorrei continuare a cambiare registro, perché è così che si costruisce una filmografia riconoscibile senza diventare prevedibili. Cerco sempre di mantenere un rapporto concreto con il lavoro: preparazione, ascolto e rispetto della storia vengono prima di qualsiasi elemento esterno.

Come vivi i giudizi esterni?

Ascolto quelli che possono essere utili. Una critica motivata può farti vedere qualcosa che non avevi considerato. Diverso è inseguire ogni commento o ogni reazione social: quello rischia di spostare il centro del lavoro. Preferisco confrontarmi con registi, colleghi e persone di cui conosco la competenza. Quello che mi interessa è che ogni passaggio abbia una ragione narrativa e professionale, senza forzare un’immagine che non corrisponde a ciò che faccio sul set.

Che differenza c’è tra notorietà e autorevolezza professionale?

La notorietà può arrivare rapidamente, soprattutto oggi. L’autorevolezza richiede tempo, affidabilità e una serie di lavori coerenti. Essere su Netflix e Rai 1 aumenta inevitabilmente la visibilità, ma ciò che voglio costruire è la seconda cosa: essere riconosciuto come un attore che può sostenere personaggi diversi. In questa fase sento importante anche la continuità: il pubblico può incontrarmi su Netflix e su Rai 1, ma vorrei riconoscere ogni volta un personaggio diverso.

Qual è oggi la tua definizione di ambizione?

Non è “diventare” qualcosa di astratto. È poter scegliere progetti sempre più interessanti, lavorare con registi che abbiano una visione e affrontare personaggi che richiedano strumenti differenti. Il titolo di Miglior Giovane Attore Italiano, Netflix e Rai 1 sono elementi importanti del presente; l’ambizione è trasformarli in una carriera solida e varia. Cerco sempre di mantenere un rapporto concreto con il lavoro: preparazione, ascolto e rispetto della storia vengono prima di qualsiasi elemento esterno.

Chiusura editoriale

Tra il titolo di Miglior Giovane Attore Italiano, Leonardo in “Minerva – La Scuola” su Netflix dal 22 settembre e il nuovo capitolo su Rai 1 con “Nemo – Chi ha ucciso Sofia”, Luigi Zeno consolida un percorso che unisce visibilità nazionale, radici a Ercolano e San Vito e una precisa attenzione al mestiere dell’attore.

Author: Daniela Del Prete

nata a Napoli nel 1975, è una giornalista e stimata addetta stampa attiva in tutt'Italia. Direttrice della web tv Dagal Social e PiazzaMunicipio.info. Presidente dell'associazione Dagal Creations APS, gestisce l'ufficio stampa di numerosi eventi e ha ricevuto prestigiosi riconoscimenti. Premi: Premio Eccellenze Istituzionali come giornalista nel 2022. Premio Special Award alla 76ª Biennale di Venezia per la valorizzazione del territorio. Premio Internazionale a Barcellona per la web tv, Premio Speciale Award dalla Polizia di Stato per la divulgazione e comunicazione.